mercoledì 25 aprile 2012


MASS MEDIA

Il vizio del giornalista? La prosa

Quando diventa più importante saper raccontare che cercare notizie: l’esempio della stampa italiana. Da Azione, Settimanale di Migros Ticino, 31.8.2009

Sandro Viola

A domanda, un paio d’anni fa, d’un cosiddetto «corso di scrittura» che mi chiedeva d’esporre il senso della mia esperienza di giornalista, indicai il gusto letterario come la maggiore patologia del giornalismo italiano. Cosa di cui resto ancor oggi profondamente convinto.
Hemingway, scrissi allora, sosteneva che il reportage costituisse un fruttuoso approccio alla letteratura. Un po’ di giornalismo, scrivere in età giovanile per i giornali, avrebbe infatti più tardi giovato allo scrittore di narrativa.
Aveva ragione? Non so: ma so che il contrario è sicuramente vero. Vale a dire che la letteratura non giova al giornalismo. Il giornalista che provenga dalla letteratura, o dalla passione per la letteratura, non è infatti un buon giornalista.
Lo dico con cognizione di causa, perché molti giornalisti italiani – me compreso – approdati alla professione tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, venivano da ambizioni e tentativi letterari. S’erano immaginati scrittori, e avevano pensato che il giornalismo sarebbe stato soltanto un parcheggio temporaneo, un interludio che in seguito avrebbe loro permesso (intanto essendosi assicurato un modesto stipendio) di scrivere i romanzi e racconti cui si sentivano predestinati. Ebbene: i nostri esiti professionali – in specie se li paragoniamo al buon giornalismo che si faceva all’epoca nel resto d’Europa e in America – sono stati anomali, un ibrido tra vaghi echi letterari e cronaca. In una parola, mediocri.
Non dico che scrivessimo male. Anzi: se capitava di dover descrivere la piena d’un fiume, la rotta d’un esercito, la devastazione d’una città bombardata, noi italiani davamo al lettore qualcosa di più d’un collega straniero impegnato nello stesso reportage. La frequentazione con la letteratura ci aiutava infatti a cogliere un’atmosfera, a far risaltare un dettaglio importante, a coinvolgere il lettore nell’evento. Ma allo stesso tempo noi fornivamo al lettore assai meno di quanto avremmo dovuto. Perché lo slancio pittorico, la pretesa letteraria, ci portavano a trascurare (se pure li avessimo conosciuti) i fondamenti della professione.
Innanzitutto, il primo di tali fondamenti: cioè a dire l’esposizione immediata, concisa e il più possibile chiara di quel che era concretamente avvenuto. E oltre alla notizia in sé stessa, ne trascuravamo quasi sempre il contesto. Non lo sfondo impressionistico, il cosiddetto «clima» dell’evento, bensì il suo contesto fattuale. Come, quando e dove il fiume fosse straripato, le cause politiche e militari che avevano condotto alla disfatta di quel tale esercito, da dove, con quali artiglierie e per quanto tempo la città era stata bombardata. Insomma: la scrittura risultava accattivante, i dettagli pittoreschi, ma nei nostri articoli non c’era una sola notizia che non fosse già abbondantemente nota. Reperita e accertata da giornalisti meno pretenziosi ma più laboriosi.
I nostri articoli sulla città bombardata, per fare un esempio, potevano iniziare con il chiarore della luna sulle rovine, con le memorie d’un altro bombardamento cui avevamo assistito in passato, col richiamo ad un celebre testo letterario in cui era descritta una città sotto il fuoco dei cannoni. Mentre l’entità delle distruzioni, il numero delle vittime, i danni alle forniture idriche ed elettriche, tutto questo sopravveniva soltanto cinque o sei capoversi dopo, e in modo tanto orecchiato e impreciso da risultare nel complesso marginale.
La responsabilità di questa inconsistenza professionale non erano tutte di noi giornalisti. I giornali italiani, sia prima sia dopo la Seconda guerra mondiale, erano infatti avidi di «racconti» e di «scrittura». Gli inviati alla guerra cino-giapponese del 1937, per fare un esempio, non bazzicavano il fronte. Scrivevano pezzi allora detti «di colore» sulla prostituzione a Shanghai, sulla passione dei cinesi per il gioco, sulla quantità di uniformi indossate dal Generalissimo Chiang Kai-shek, ma si disinteressavano completamente dei movimenti di truppe sul fronte. In mancanza di attendibili informazioni (che del resto non avevano neppure cercato), la questione di chi stesse prevalendo e chi soccombendo veniva tranquillamente messa da parte. I loro articoli puntavano in realtà al bozzetto, se non addirittura al cammèo. Immagini, colore, e un bel po’ di protagonismo: i pessimi alberghi in cui avevano dovuto trascorrere la notte, il freddo o il caldo che avevano sopportato, la faticosa ricerca d’un ufficio telegrafico dal quale inviare i loro dispacci.
Fu lo stesso con la Spagna della guerra civile o con la Finlandia nei mesi dell’invasione russo-sovietica. E ciò che soprattutto non cambiava, era la fervida accoglienza che i loro articoli ricevevano dai direttori dei giornali, entusiasti del «racconto», della «scrittura», del «tocco», insomma del gusto letterario messo in mostra dall’inviato speciale. Tanto è vero che quegli articoli venivano pubblicati in «terza pagina», di fianco ad un elzeviro sull’ultimo Carducci e alla recensione d’una prima teatrale.
Così, quando la generazione di cui ho parlato all’inizio entrò, tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, nei giornali, «il racconto» era ancora il risultato professionale più richiesto, quel che segnava la differenza tra i giornalisti più celebrati e il resto dei loro colleghi. Potrei nominare due o tre inviati dei giornali d’allora che, venendo dalla cronaca, scarpinavano coscienziosamente per accertare che cosa e come fosse realmente successo, dando così al lettore notizie abbastanza precise. Ma quei giornalisti non venivano considerati nei loro giornali i migliori: anzi, venivano usati soltanto quando mancava il collega capace d’imbastire un «racconto» e i loro pezzi non uscivano quasi mai «in terza».
Gli anni e i decenni trascorrevano, i giornali italiani si trasformavano, ma il culto del «racconto», della «scrittura», restava incrollabile. Non voglio parlare, com’è ovvio, degli altri giornalisti che erano e sono ancora molto (oltre che giustamente) apprezzati per la capacità di fornire ai loro giornali un «racconto». Parlo perciò di me, che rientro – sia pure senza le qualità d’alcuni altri – nel novero. Se rileggo un mio vecchio pezzo da una delle molte e molte parti del mondo da dove li ho inviati ai giornali, a volte mi viene da ridere. Ecco il rumore della pioggia sui palmizi di Haiti, il Martini Dry d’un eccellente barman del Cairo, il tramonto sulle mura ottomane di Gerusalemme, una partita di golf nel Salvador sconvolto dalla guerriglia, oppure un lungo e dettagliato ricordo d’una mia visita di molti anni prima in quello stesso lontano paese, l’India, il Kenya o il Paraguay. Senza parlare dei continui rinvii agli scrittori che mi avevano preceduto, John Reed, Morand, Greene, Waugh, Durrel, Freya Stark, o agli scrittori e poeti del luogo, Hamsun, Borges, Seferis, Machado e via dicendo.
Questi cascami letterari componevano un «racconto»? Forse. Ma certo non erano materiali da giornale quotidiano, mentre sarebbero stati più adatti su una rivista mensile. Così, mi piacerebbe poter dire che adesso le cose sono cambiate. Che al «racconto» sia ormai subentrato il giornalismo. E in effetti nei due giornali italiani che leggo sta emergendo una leva di ottimi cronisti, che per loro fortuna sembrano privi di qualsiasi ambizione letteraria. Giovani che si sono fatti le ossa nella cronaca, cui è stato insegnato come si cercano e poi si danno le notizie, consapevoli che la bella scrittura è un di più – un «optional», come si dice adesso – e non la sostanza della professione.
Ma questo non vuol ancora dire che il culto del «racconto» sia definitivamente tramontato. Questo no. Io e qualche altro ancora scriviamo «racconti», e mai una volta che nelle redazioni li buttino nel cestino.

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