giovedì 26 luglio 2012

A proposito di segreto e potere

In un articolo di oggi sul fato si dice che quando  una persona fa parte della mafia  si dice sia "ntiso".
Quindi uno che capisce come vanno davvero le cose.
UNo che sa intendere

The perception of musical spontaneity in improvised and imitated jazz performances

The perception of musical spontaneity in improvised and imitated jazz performances

  • Music Cognition and Action Group, Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences, Leipzig, Germany
The ability to evaluate spontaneity in human behavior is called upon in the esthetic appreciation of dramatic arts and music. The current study addresses the behavioral and brain mechanisms that mediate the perception of spontaneity in music performance. In a functional magnetic resonance imaging experiment, 22 jazz musicians listened to piano melodies and judged whether they were improvised or imitated. Judgment accuracy (mean 55%; range 44–65%), which was low but above chance, was positively correlated with musical experience and empathy. Analysis of listeners’ hemodynamic responses revealed that amygdala activation was stronger for improvisations than imitations. This activation correlated with the variability of performance timing and intensity (loudness) in the melodies, suggesting that the amygdala is involved in the detection of behavioral uncertainty. An analysis based on the subjective classification of melodies according to listeners’ judgments revealed that a network including the pre-supplementary motor area, frontal operculum, and anterior insula was most strongly activated for melodies judged to be improvised. This may reflect the increased engagement of an action simulation network when melodic predictions are rendered challenging due to perceived instability in the performer’s actions. Taken together, our results suggest that, while certain brain regions in skilled individuals may be generally sensitive to objective cues to spontaneity in human behavior, the ability to evaluate spontaneity accurately depends upon whether an individual’s action-related experience and perspective taking skills enable faithful internal simulation of the given behavior.

Un bel proverbio

La strada buona non fu mai lunga

domenica 17 giugno 2012

ciao amici!
da un po' non ci sentiamo. Vi aspettiamo a Jazzascona 2012!

venerdì 27 aprile 2012

http://www.repubblica.it/cronaca/2012/04/27/news/saviano_spiega_zagaria-34012457/?ref=HREC1-5

Esempio di uso del codice ma soprattutto di "non detto" estremamente significativo. Modo di comunicare che contiene un forte contenuto dissimulato e che comunque  è alla base di un potere. Il segreto è l'arma del potere, si dice. Qui la psicanalisi potrebbe essere utilmente messa in opera. Qualcuno l'ha fatto? Il linguaggio della mala è un esempio di distorsione dell'enunciato con uno scopo pratico. Ma alla fine anche i modo di parlare di Jannacci entra in questa categoria di "distrazioni" del senso. La poesia è qualcosa del genere.

mercoledì 25 aprile 2012


MASS MEDIA

Il vizio del giornalista? La prosa

Quando diventa più importante saper raccontare che cercare notizie: l’esempio della stampa italiana. Da Azione, Settimanale di Migros Ticino, 31.8.2009

Sandro Viola

A domanda, un paio d’anni fa, d’un cosiddetto «corso di scrittura» che mi chiedeva d’esporre il senso della mia esperienza di giornalista, indicai il gusto letterario come la maggiore patologia del giornalismo italiano. Cosa di cui resto ancor oggi profondamente convinto.
Hemingway, scrissi allora, sosteneva che il reportage costituisse un fruttuoso approccio alla letteratura. Un po’ di giornalismo, scrivere in età giovanile per i giornali, avrebbe infatti più tardi giovato allo scrittore di narrativa.
Aveva ragione? Non so: ma so che il contrario è sicuramente vero. Vale a dire che la letteratura non giova al giornalismo. Il giornalista che provenga dalla letteratura, o dalla passione per la letteratura, non è infatti un buon giornalista.
Lo dico con cognizione di causa, perché molti giornalisti italiani – me compreso – approdati alla professione tra gli anni Cinquanta e i Sessanta, venivano da ambizioni e tentativi letterari. S’erano immaginati scrittori, e avevano pensato che il giornalismo sarebbe stato soltanto un parcheggio temporaneo, un interludio che in seguito avrebbe loro permesso (intanto essendosi assicurato un modesto stipendio) di scrivere i romanzi e racconti cui si sentivano predestinati. Ebbene: i nostri esiti professionali – in specie se li paragoniamo al buon giornalismo che si faceva all’epoca nel resto d’Europa e in America – sono stati anomali, un ibrido tra vaghi echi letterari e cronaca. In una parola, mediocri.
Non dico che scrivessimo male. Anzi: se capitava di dover descrivere la piena d’un fiume, la rotta d’un esercito, la devastazione d’una città bombardata, noi italiani davamo al lettore qualcosa di più d’un collega straniero impegnato nello stesso reportage. La frequentazione con la letteratura ci aiutava infatti a cogliere un’atmosfera, a far risaltare un dettaglio importante, a coinvolgere il lettore nell’evento. Ma allo stesso tempo noi fornivamo al lettore assai meno di quanto avremmo dovuto. Perché lo slancio pittorico, la pretesa letteraria, ci portavano a trascurare (se pure li avessimo conosciuti) i fondamenti della professione.
Innanzitutto, il primo di tali fondamenti: cioè a dire l’esposizione immediata, concisa e il più possibile chiara di quel che era concretamente avvenuto. E oltre alla notizia in sé stessa, ne trascuravamo quasi sempre il contesto. Non lo sfondo impressionistico, il cosiddetto «clima» dell’evento, bensì il suo contesto fattuale. Come, quando e dove il fiume fosse straripato, le cause politiche e militari che avevano condotto alla disfatta di quel tale esercito, da dove, con quali artiglierie e per quanto tempo la città era stata bombardata. Insomma: la scrittura risultava accattivante, i dettagli pittoreschi, ma nei nostri articoli non c’era una sola notizia che non fosse già abbondantemente nota. Reperita e accertata da giornalisti meno pretenziosi ma più laboriosi.
I nostri articoli sulla città bombardata, per fare un esempio, potevano iniziare con il chiarore della luna sulle rovine, con le memorie d’un altro bombardamento cui avevamo assistito in passato, col richiamo ad un celebre testo letterario in cui era descritta una città sotto il fuoco dei cannoni. Mentre l’entità delle distruzioni, il numero delle vittime, i danni alle forniture idriche ed elettriche, tutto questo sopravveniva soltanto cinque o sei capoversi dopo, e in modo tanto orecchiato e impreciso da risultare nel complesso marginale.
La responsabilità di questa inconsistenza professionale non erano tutte di noi giornalisti. I giornali italiani, sia prima sia dopo la Seconda guerra mondiale, erano infatti avidi di «racconti» e di «scrittura». Gli inviati alla guerra cino-giapponese del 1937, per fare un esempio, non bazzicavano il fronte. Scrivevano pezzi allora detti «di colore» sulla prostituzione a Shanghai, sulla passione dei cinesi per il gioco, sulla quantità di uniformi indossate dal Generalissimo Chiang Kai-shek, ma si disinteressavano completamente dei movimenti di truppe sul fronte. In mancanza di attendibili informazioni (che del resto non avevano neppure cercato), la questione di chi stesse prevalendo e chi soccombendo veniva tranquillamente messa da parte. I loro articoli puntavano in realtà al bozzetto, se non addirittura al cammèo. Immagini, colore, e un bel po’ di protagonismo: i pessimi alberghi in cui avevano dovuto trascorrere la notte, il freddo o il caldo che avevano sopportato, la faticosa ricerca d’un ufficio telegrafico dal quale inviare i loro dispacci.
Fu lo stesso con la Spagna della guerra civile o con la Finlandia nei mesi dell’invasione russo-sovietica. E ciò che soprattutto non cambiava, era la fervida accoglienza che i loro articoli ricevevano dai direttori dei giornali, entusiasti del «racconto», della «scrittura», del «tocco», insomma del gusto letterario messo in mostra dall’inviato speciale. Tanto è vero che quegli articoli venivano pubblicati in «terza pagina», di fianco ad un elzeviro sull’ultimo Carducci e alla recensione d’una prima teatrale.
Così, quando la generazione di cui ho parlato all’inizio entrò, tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, nei giornali, «il racconto» era ancora il risultato professionale più richiesto, quel che segnava la differenza tra i giornalisti più celebrati e il resto dei loro colleghi. Potrei nominare due o tre inviati dei giornali d’allora che, venendo dalla cronaca, scarpinavano coscienziosamente per accertare che cosa e come fosse realmente successo, dando così al lettore notizie abbastanza precise. Ma quei giornalisti non venivano considerati nei loro giornali i migliori: anzi, venivano usati soltanto quando mancava il collega capace d’imbastire un «racconto» e i loro pezzi non uscivano quasi mai «in terza».
Gli anni e i decenni trascorrevano, i giornali italiani si trasformavano, ma il culto del «racconto», della «scrittura», restava incrollabile. Non voglio parlare, com’è ovvio, degli altri giornalisti che erano e sono ancora molto (oltre che giustamente) apprezzati per la capacità di fornire ai loro giornali un «racconto». Parlo perciò di me, che rientro – sia pure senza le qualità d’alcuni altri – nel novero. Se rileggo un mio vecchio pezzo da una delle molte e molte parti del mondo da dove li ho inviati ai giornali, a volte mi viene da ridere. Ecco il rumore della pioggia sui palmizi di Haiti, il Martini Dry d’un eccellente barman del Cairo, il tramonto sulle mura ottomane di Gerusalemme, una partita di golf nel Salvador sconvolto dalla guerriglia, oppure un lungo e dettagliato ricordo d’una mia visita di molti anni prima in quello stesso lontano paese, l’India, il Kenya o il Paraguay. Senza parlare dei continui rinvii agli scrittori che mi avevano preceduto, John Reed, Morand, Greene, Waugh, Durrel, Freya Stark, o agli scrittori e poeti del luogo, Hamsun, Borges, Seferis, Machado e via dicendo.
Questi cascami letterari componevano un «racconto»? Forse. Ma certo non erano materiali da giornale quotidiano, mentre sarebbero stati più adatti su una rivista mensile. Così, mi piacerebbe poter dire che adesso le cose sono cambiate. Che al «racconto» sia ormai subentrato il giornalismo. E in effetti nei due giornali italiani che leggo sta emergendo una leva di ottimi cronisti, che per loro fortuna sembrano privi di qualsiasi ambizione letteraria. Giovani che si sono fatti le ossa nella cronaca, cui è stato insegnato come si cercano e poi si danno le notizie, consapevoli che la bella scrittura è un di più – un «optional», come si dice adesso – e non la sostanza della professione.
Ma questo non vuol ancora dire che il culto del «racconto» sia definitivamente tramontato. Questo no. Io e qualche altro ancora scriviamo «racconti», e mai una volta che nelle redazioni li buttino nel cestino.

giovedì 12 aprile 2012

Nuova serie: dal mondo a qui

Preambolo

L'idea è raccontare storie raccontate da gente che ho invcontrato davvero. Ricostruire il modo con cui persone che ho incontrato parlano del grande mondo o degli avvenimenti successi in luoghi lontani. Un po' come nella canzone Prete Eliprando, chi parla non capisce davvero quello che vede, ne fa una relazione superficiale e super soggettiva. Un po' la filosofia di "dietro l'argine".

L'idea è descrivere la visione parziale che crede di capire il mondo, ma vedendolo con gli occhi del paese ne afferra solo una epidermica superficialità. La sfida è, comunque, soprattutto, registrare la narrazione così come è nata, anzi, meglio, ricordare (far sorgere dalla memoria) le parole che erano uscite nel discorso originale, appoggiati al bancone del bar. La speranza è che nelle tracce mnemoniche sia rimasta la verità di quel momento, di quella vita ironicamente miope ma per questo favolosamente creatrice di realtà.

Importante: il racconto inizia ogni volta grazie allo spunto di una fotografia.

Prima puntata: Il Carletto e Josephine Baker