
Meno male che Ugo Uti ci conferma in diretta televisiva ("che tempo che fa", 13 aprile 2008) che lui non è una "macchinetta suona-partiture" ma uno che esegue ogni volta una partitura in modo diverso. "Se non ci fosse l'improvvisazione sarebbe tutto inutile, non ci sarebbe creatività..." dice Ugo Uti e io gli credo (anche se sono abituato a sentir dire che i musicisti classici non sanno improvvisare e che dovrebbero imparare).
Ugo Uti sposta in modo molto intelligente il discorso. Pare di capire che per un musicista classico improvvisare non è fare della creazione istantanea ma dell'interpretazione istantanea, in base all'umore e l'intuizione del momento. Io gli credo e mi sento più tranquillo, anche quando mi rendo conto che nel jazz l'improvvisazione è una componente tutto sommato molto relativa e che il concetto di interpretazione istantaena è molto calzante.
Se partiamo dal presupposto di Giampiero Cane che nemmeno Armstrong improvvisava davvero (cosa che però lui molto spesso ha affermato e io ne parlerò, devo recuperare le note di copertina di un bel cd di King Oliver) certo ogni jazzista "interpreta" in modo spontaneo ogni volta che suona, su questo ci credo. Suona giri più o meno simili, arrangiamenti più o meno simili, ma l'intenzione è ogni volta diversa. la platea è diversa, la situazione psicologica è diversa. Un sacco di variabili di cui tenere conto.
Per questo, credo, i jazzisti sono propensi all'uso delle droghe. E questo è un altro discorso interessante

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