
Era il titolo di una belle serie di trasmissioni alla radio che non ho potuto seguire. Il rapporto tra jazz e sostanze stupefacenti.
La cosa che mi ha spiegato più cose sull'argomento (ne parlavo in un posti più sotto ma vale la pena di annotare esattemente il riferimento) è stata comunque il bel documentario Face Addict (http://movies.nytimes.com/movie/334939/Face-Addict/details) di Diego Bertoglio sulla scena artistica nella New York di inizio anni '80. "Ci si droga per mantenere la massima concentrazione in ogni situazione. Per non pensare ai problemi che si hanno, per minimizzare le difficoltà ed esprimere al massimo le proprie potenzialità" dice un pittore di cui non ricordo il nome.
Mi tranquillizza sapere che anche se mi drogassi non cambierebbe molto, perché le doti proprio non le ho.
Comunque la spiegazione è illuminante e aiuta a comprendere Chet Baker, Charlie Parker, Mingus, Lester Young. Non però Duke Ellington, Count Basie, Oscar Peterson, Dizzy Gillespie. Loro erano talmente sicuri di sé che non ne avevano bisogno...
E qui si apre un altro argomento, quello della forza nella personalità dei jazzisti.

1 commento:
grande Sandrino, ti aspetto su compartendo.blogspot.com per iniziare un bel dibattito
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