
Giovanni Allevi non improvvisa, ce lo conferma espressamente dalle pagine del suo sito su my space. Molto interessante questa voglia di defilarsi, questo "horror vacui": lui suona solo musica rigorosamente scritta. Tutti i suoi acoltatori sono ora più tranquilli e avvertiti. Lui non è uno dei pazzi che improvvisa e quindi che potrebbe potenzialmente sorprendere il suo uditorio con esiti spaventosi e/o non prevedibili. Tranquilli. La sua musica è tranquilla e prevedibile.
Ma non è bella comunque. Pretenzioso come giudizio, vero? Eppure la sua musica non dice assolutamente nulla. Lui la mette sul piano delle emozioni, cerca di proporre brandelli melodici capaci di suscitare la simpatia della gente che lo ascolta. "Ti suono una cosa dolce che ti fa innamorare di me", questo è il principio psicologico di fondo. Perché se guardi i post sul suo myspace di gnocche che si dichiarano entusiaste della sua musica ce ne sono un sacco. Ok, tutta invidia.
Lui parla di emozioni e sogni e dice che "sono molto più importanti di quanto possa immaginare": questo laureato in filosofia non finisce di stupirci con la sua normalità e prevedibilità. Non so i suoi sogni, ma i miei a volte sono tutt'altro che armonici e melodiosi. Sono dissonanti. Se non spaventosi comunque fortemente interrogativi. Lasciano con la bocca amara. Sono rudi come certi vecchi blues che non piacciono a nessuno: il vecchio blues è primitivo, potente e rozzo e per questo non piace. Ed è proprio per questo che è grande musica. Vero dramma drammatico per voce roca e chitarraccia scordata.
"La musica classica torna ad esser pop perché trova un contatto diretto con il suo tempo" dice Allevi. Ma se è classica è fuori dal suo tempo, guarda al passato, per definizione. A meno che come classica lui intenda la modalità di fruizione: musica che si ascolta nel teatro senza ballare. Su questo possiamo essere d'accordo, ma il jazz fa la stessa cosa. Improvvisando.

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