giovedì 24 aprile 2008

Ornette Coleman suona davvero free?


Grazie Moreno! Altra discussione di jazz da ristorante lui ed io (quando non c'è Barbara non abbiamo sensi di colpa né vergogna di noi stessi e continuiamo per ore) in cui improvvisamente si fa largo l'illuminazione. «Ho capito cosa significa l'Armolodia di Coleman! Melodia- armonia- ritmo tutto si mescola insieme grazie all'atteggiamento compartecipativo dei musicisti sul palco. Non descrive una specifica attitudine esecutivo-compositiva ma piuttosto l'atteggiamento dei musicisti verso la performance e verso loro stessi».

Io faccio sì con la testa perché la cosa la so da un pezzo, ma l'avevo solo intuita. L'architetto ha costruito la frase da professionista: io da parte mia ho capito da anni che per suonare bene bisogna suonare in un gruppo in cui c'è gente simpatica. Non è così importante la qualità della preparazione musicale (tanto al nostro livello facciamo schifo comunque, chi più chi meno. Moreno no, però: è l'unico che conosco che sappia suonare bene davvero, ed è l'unico che non lo sa...)

Se si è tra gente simpatica ci si vuole bene, ci si rispetta di più, ci si aiuta: per dirla calcisticamente ci si fa qualche bel passaggio, si gode del piacere altrui nella musica.

Uri Caine diceva invece che lui ha conosciuto gruppi dove i musicisti si odiano moltissimo, non si possono sopportare. arrivano ai concerti da soli, stanno in alberghi diversi, parlano malissimo gli uni degli altri, si fanno sgarbi tremendi. Poi quando salcono sul palco questa energia rabbiosa si trasforma magicamente in un interplay eccezionale, in una magica miscela piena d'arte. Sono gruppi anti-armolodici, in questo senso, ma funzionano benissimo.

Oppure armolodici lo diventano al momento dell'incontro e ciò dimostra che l'Armologia è qualcos'altro dall'amicizia (e dimostra anche che io mi sono sempre sbagliato. Ciò spiegherebbe l'insuccesso artistico...).

Comunque si apre un nuovo argomento: jazz e approccio relazionale. Vale più la violenza o l'armonia psicologica?

Moreno cosa fai domani a pranzo?

Granelli di Jerry


Un concerto preoccupante, specialmente se inviti a cena la tua mamma e lei si porta le sue amiche over 70 (non è il peso, sono gli anni). Granelli e i suoi V16 non si fanno problemi e impostano la serata con il loro progetto post ornettiano in cui il jazz diventa una sorta di installazione (avevo scritto happening ma poi l'ho cancellato perché mi vergogno ad usare una parola così vecchia), di evento magico in cui la musica cresce e si sviluppa da sola.

La stessa cosa era successa qualche sera prima per il concerto di fred frith e la sua Cosa Brava. Partitura rigidissima ma poi se gli vai a chiedere lui risponde: "Abbiamo improvvisato quasi tutto". Com'è che non ci credo?

O meglio, ci credo, ma non credo che quella musica sia poi così improvvisata. Cosa sarebbe successo se NON avessero suonato musica improvvisata? Ci sarebbe stata tanta differenza?

Non lo so, ho l'impressione che qualcuno stia barando un po'. Per come la penso io l'improvvisazione vera è vera improvvisazione. Non servono pretesti scritti in modo così complesso, oltretutto. Si dirà, occorre un canovaccio per improvvisare. Io non ne sono convinto. Il discorso comunque sta uscendo dal seminato. Ciò di cui volevo parlare è la pazienza con cui la gente più insospettabile accetta di ascoltare musica così complessa. Complessa perché? Perché succedono molte cose contemporaneamente e senza il filo della melodia, senza una scansione ritmica costante ci si sente spiazzati. Sembra di perdere contatto con il significatoa, di rimanere come messi a parte dalla comunicazione.

E invece le persone piu impensabili, le vecchiette di cui sopra, avezze a concerti di filarmoniche di paese e alle bandelle umpappà apprezzano il senso della sorpresa e sono contente di avere ascoltato musica diversa. Io sono stupito: comincio a chiedermi se a forza di ascoltare Louis Armstrong non mi sia trasformato in un tedesco babbione, vengo spiazzato dalla dsiponibilità all'ascolto e alla sorpresa del genere umano non jazzofilo.

Un tipo che non ricordo chi sia, un pianista svizzero giovane, dice che quando vede qualcuno nel pubblico muovere la testa a tempo o battere il piede capisce che sta sbagliando musica e si mette a suonare qualcosa di più sorprendente. Mi piace come idea ma mi spaventa. Io sono uno di quelli che continua a predicare ai suoi compagni di gruppo di essere contenti se vedono qualcuno del pubblico fare tap tap col piede... questa è ancora una prescrizione di Louis. Devo essere più malato di quel che penso.

Io credo ancora alla definizione di swing, sono un integralista dello swing, senza saperlo, ma è passata di moda da tempo. Eppure... Ornette Coleman ha swing! (e vai con un altro tema: Ornette Coleman suona davvero free?)

Per chiudere: il disco di granelli è interessantissimo: due cd uguali, registrato in due serate consecutive, stessa track listing, solo i tempi di esecuzione sono diversi, da quanto si puo leggere dalla copertina. Eloquentissimi elementi: la musica non è mai uguale. Questo la rende vitale. È un esempio da manuale di cosa si intenda per jazz. Jerry, mi hai convinto: non c'è altra possibilità che suonare così. Se c'è succo viene fuori da solo (dovevate ascoltare David Tronzo, ha fatto faville), se non c'è ci si annoia. In effetti non mi sono annoiato un solo minuto. Neanche al concerto di Frith.

Hanno ragione loro: il jazz tradizionale spesso distrae, è apparentemente vivace ma rinsecchito. Yes! Come una vecchia amante prevedibile che non ti fa più incazzare, mentre la tua giovane compagna ti fa sputare sangue con le sue esigenze.
Oh, yes.

giovedì 17 aprile 2008

Sciroppi pillole e jam session


Era il titolo di una belle serie di trasmissioni alla radio che non ho potuto seguire. Il rapporto tra jazz e sostanze stupefacenti.
La cosa che mi ha spiegato più cose sull'argomento (ne parlavo in un posti più sotto ma vale la pena di annotare esattemente il riferimento) è stata comunque il bel documentario Face Addict (http://movies.nytimes.com/movie/334939/Face-Addict/details) di Diego Bertoglio sulla scena artistica nella New York di inizio anni '80. "Ci si droga per mantenere la massima concentrazione in ogni situazione. Per non pensare ai problemi che si hanno, per minimizzare le difficoltà ed esprimere al massimo le proprie potenzialità" dice un pittore di cui non ricordo il nome.

Mi tranquillizza sapere che anche se mi drogassi non cambierebbe molto, perché le doti proprio non le ho.

Comunque la spiegazione è illuminante e aiuta a comprendere Chet Baker, Charlie Parker, Mingus, Lester Young. Non però Duke Ellington, Count Basie, Oscar Peterson, Dizzy Gillespie. Loro erano talmente sicuri di sé che non ne avevano bisogno...

E qui si apre un altro argomento, quello della forza nella personalità dei jazzisti.

Ugo Uti invece improvvisa


Meno male che Ugo Uti ci conferma in diretta televisiva ("che tempo che fa", 13 aprile 2008) che lui non è una "macchinetta suona-partiture" ma uno che esegue ogni volta una partitura in modo diverso. "Se non ci fosse l'improvvisazione sarebbe tutto inutile, non ci sarebbe creatività..." dice Ugo Uti e io gli credo (anche se sono abituato a sentir dire che i musicisti classici non sanno improvvisare e che dovrebbero imparare).

Ugo Uti sposta in modo molto intelligente il discorso. Pare di capire che per un musicista classico improvvisare non è fare della creazione istantanea ma dell'interpretazione istantanea, in base all'umore e l'intuizione del momento. Io gli credo e mi sento più tranquillo, anche quando mi rendo conto che nel jazz l'improvvisazione è una componente tutto sommato molto relativa e che il concetto di interpretazione istantaena è molto calzante.

Se partiamo dal presupposto di Giampiero Cane che nemmeno Armstrong improvvisava davvero (cosa che però lui molto spesso ha affermato e io ne parlerò, devo recuperare le note di copertina di un bel cd di King Oliver) certo ogni jazzista "interpreta" in modo spontaneo ogni volta che suona, su questo ci credo. Suona giri più o meno simili, arrangiamenti più o meno simili, ma l'intenzione è ogni volta diversa. la platea è diversa, la situazione psicologica è diversa. Un sacco di variabili di cui tenere conto.

Per questo, credo, i jazzisti sono propensi all'uso delle droghe. E questo è un altro discorso interessante

Giovanni Allevi, fenomeno musicale


Giovanni Allevi non improvvisa, ce lo conferma espressamente dalle pagine del suo sito su my space. Molto interessante questa voglia di defilarsi, questo "horror vacui": lui suona solo musica rigorosamente scritta. Tutti i suoi acoltatori sono ora più tranquilli e avvertiti. Lui non è uno dei pazzi che improvvisa e quindi che potrebbe potenzialmente sorprendere il suo uditorio con esiti spaventosi e/o non prevedibili. Tranquilli. La sua musica è tranquilla e prevedibile.

Ma non è bella comunque. Pretenzioso come giudizio, vero? Eppure la sua musica non dice assolutamente nulla. Lui la mette sul piano delle emozioni, cerca di proporre brandelli melodici capaci di suscitare la simpatia della gente che lo ascolta. "Ti suono una cosa dolce che ti fa innamorare di me", questo è il principio psicologico di fondo. Perché se guardi i post sul suo myspace di gnocche che si dichiarano entusiaste della sua musica ce ne sono un sacco. Ok, tutta invidia.

Lui parla di emozioni e sogni e dice che "sono molto più importanti di quanto possa immaginare": questo laureato in filosofia non finisce di stupirci con la sua normalità e prevedibilità. Non so i suoi sogni, ma i miei a volte sono tutt'altro che armonici e melodiosi. Sono dissonanti. Se non spaventosi comunque fortemente interrogativi. Lasciano con la bocca amara. Sono rudi come certi vecchi blues che non piacciono a nessuno: il vecchio blues è primitivo, potente e rozzo e per questo non piace. Ed è proprio per questo che è grande musica. Vero dramma drammatico per voce roca e chitarraccia scordata.

"La musica classica torna ad esser pop perché trova un contatto diretto con il suo tempo" dice Allevi. Ma se è classica è fuori dal suo tempo, guarda al passato, per definizione. A meno che come classica lui intenda la modalità di fruizione: musica che si ascolta nel teatro senza ballare. Su questo possiamo essere d'accordo, ma il jazz fa la stessa cosa. Improvvisando.