sabato 22 marzo 2008

Il jazz è artigianato (fatto dai dilettanti)


Beh, non credo ci possa essere discussionen di sorta. L'arte la fanno gli artisti. I dilettanti fanno accompagnamento, musica utilitaristica, quindi artigianato.
Qualcuno dice che non si possano distinguere le due cose e che, in fondo, tutto è artigianato. Altri dicono che ogni creazione ha una componente artistica e che la discriminazione "arte è fine a sé stessa", "artigianato è utile ad uno scopo" non si giustifica.
C'è persoinop chi dice che l'rtigianato in certe occasioni è superiore all'arte per le competenze che l'artigiano deve mettere in gioco, di qualità e di rigore talemten altro da sconfinare nell'arte.

Io non lo so. Mi è simpatica l'idea che tra le due cose ci sia un differenza, un po' come tra erotismo e pornografia, ma non so se sia il caso.

Quello che so è che tutto sta nella testa del musicista stesso. Credo che chi fa non si ponga la domanda. Sono gli altri che poi appiccicano l'etichetta. C'è chi crede di essere artista e non lo è. C'è chi non si cruccia del problema e poi finisce per essere incoronato.

Io stesso mi sento artista-artigiano a momenti. Sarebbe interessante confrontare la percezione interiore che ogni musicista ha di sè nel momento in cui sta suonando. Nel mio caso è un flusso di coscienza che è una sorta di ricerca espressiva costante: vediamo come riesco a dire, suonando, questa cosa. Soggettiva della creatività. Esiste la disciplina? Inventiamola.
"Descrivi cosa pensi mentre stai suonando". Chissà se si può fare.

Io cerco di ascoltare che effetto ha il mio suono come se lo scoltassi dall'esterno, cerco di costruire un'esecuzione omogenea e discorsiva. Spesso mi trovo meglio quando sono da solo a provare più di quanto non lo sisa davanti ad un pubblico. In quel caso mi sento più portato ad applicare dei patterns. A fare qualcosa. Quando sono da solo, invece suono e basta.

POi c'è la questione: se fossi parker come la suonerrei questa cosa? c'è una componenti di emulazione e identificazione non indifferente.

E poi si inserisce la discussione sulla faccenda dell'uso delle droghe: quando lo stato di coscienza è altrerato è alterata anche la valutazione di quello che si suona, è miglirata la qualità perché l'io is ipertrofizza e le remore vengono sciolte dalla sostanza? Droga come aggeggio che mette più in contatto l'artista con il suo m9ondo interiore? In quel bel documentario si diceva che la droga toglie dalla testa la percezne dei problemi e lascia le persopne libere di frone all'arte, senza doversi preoccupare di pagare l'affitto, del mangiare, delle bassezze della vita di tutti i giorni.

L'artista è il dio che vola sopra la quotidianità. Noi salariati, appunto saremo sempre artigiani.

L'argomento "J"


Esiste, io lo so bene. È una nuvola semantica che avvolge persone che non si conoscono. L'anno scorso stavo ascoltando il sound-check di Scofield con MM&W. Vedo uno che è lì tra il pubblico con una custodia da chitarra. Cassa sottile, forma arrotondata. Penso "Ha una Ibanez modello Scofield e vuole farsela firmare". Ripenso"Sei pazzo, come fai a essere sicuro?" Riripenso: "È assurdo ma è evidente". Mi avvicino al tipo e gli dico :"te la fai firmare?" Lui mi guarda sgranando gli occhi e fa: "Sì spero di sì".
L'argomento J era in gioco: non c'è bisogo di usare significanti verbali. I significati erano lì evidenti e pronti per l'uso. L'argomento J implica un substrato di competenze cognitive: storiche, estetiche, musicali, eventualmente anche tecniche e, tra chitarristi, elettroacustiche. Ma una volta stabilita l'esistenza del canale la comunicazione avviene a livello profondo e saturo di implicazioni allusive. Siamo in pieno in quel regno del non detto in cui i discorsi diventano espliciti nel loro minimalismo sintattico.

Curioso osservare come il concetto di musica per "sottrazione" si fondi su un analogo meccanismo: sfrondare gli eccessi fino a mettere in opera l'essenza della musica. Beh, l'argomento "J" fa esattamente la stessa cosa. Porta il discorso all'essenziale, potenziandone al massimo la portata semantica. Peccato che in questo modo i conteuti si trasformino in un codice esclusivo per pochi eletti. Si va in direzione dell'esoterismo, in un certo senso.

L'argomento J è del resto il comune denominatore dei musicisti jazz: sulla base di quello è possibile comprendere e concordare con l'altro la reciproca posizione dialettica all'interno della performance. L'argomento J (o la sua negazione) sono la chiave, l'etichetta che «significa» il lavoro compiuto dai musicisti.