
Ammesso et concesso che ognuno è libero di fare quello che vuole, vivo un periodo di profonda delusione per il fatto che i tributi stanno dilagando sul mercato musicale. Il fenomeno, che potremmo definire sindrome da "Best of" è completamente inspiegabile, se non per un desiderio intimo dei musicisti di aderire in modo patologico alle figure dei loro idoli, cavalcandone tra l'altro il successo (non si vede infatti in giro nessuna "Anthony Braxton" tribute band o "John Cage revisited group". Si sono visti alcuni tributi a Ornette Coleman, questo è vero. Il discorso meriterà un post a parte). L'impressione è che i musicisti abbiamo perso il sentimento dell'interpretazione personale e preferiscano lo scimmiottìo.
Se penso alla scena jazz e all'attitudine dei tributi mi vengono in mente certi album di Ella Fitzgerald che esegue il songbook di Gershwin, o di Rodgers & Hart. Ma quella mi pare una cosa diversa, quasi jazz che recupera la tradizione classica del "tutte le sonate di Beethoven" o "tutti i lied di Schubert" (performances discografiche che hanno comunque qualcosa di olimpionico {e qui si apre un'altra parentesi interessante sui rapporti tra musica e sport. Altro argomento di un possibile post}).
Mi viene in mente anche l'interessante esperimento di Riccardo Brazzale di riproporre dal vivo una mitica incisione di Monk alla Town Hall ricostruendo una band simile, ricopiando filologicamente gli arrangiamenti. Il concetto di filologia musicale è del resto quello più adatto per descrivere il fenomeno delle tribute band. Ma è poi davvero utilie? La filologia è uno strumento di conservazione e recupero di qualcosa che rischia di andar perduto nella sua dimensione originale. Che senso hanno le tribute band di gruppi ancora in attività e prefettamente esistenti, e, oltretutto, commercialmente rappresentatissime sul mercato? Monk non lo risentiremo più, ma Vasco sì...
Il fatto è naturalmente legato all'ambito della musica dal vivo. Le tribute band in genere si esibiscono live, più raramente registrano. Ma non riesco a togliermi dalla testa che la loro esistenza sia un'operazione mimetica, cialtronesca, da imitatori della musica.
Capostipite del genere è la genìa degli Elvis posticci, ma in quel caso, essendo assente il personaggio orginale, il culto mondiale, la conservazione del ricordo sembra giustificarne l'esistenza, e comunque i falsi Elvis sono simpatici, sempre un po' clowneschi. Il loro recuperare gli aspetti più cialtroni dello stesso Elvis (a fine carriera in fondo era il clone di sé stesso) rende il gioco come intriso di una piacevole vena parodistica, più o meno inconscia.
Concluding: non mi piacciono le tribute band, a parte in rarissimi casi, che andranno discussi volta per volta.

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