mercoledì 27 febbraio 2008
Quando vado a pranzo con Moreno parliamo di jazz
... poi chi è al tavolo con noi si scoccia. Tempo fa uno dei miei docenti di psichiatria sosteneva che nei discorsi tra infermieri psichiatrici ricorra l'argomento "X", che è l'incognita legata alla pazzia, un tema archetipico che torna in gioco ogni volta che persone che ci hanno avuto a che fare si trovano a discutere tra loro. Propongo quindi di inventare l'argomento "J" che mette in grado due appassionati di condividere la loro passione. Mi spiego meglio un'altra volta. Altro tema. Il jazz è arte o artigianato.
lunedì 25 febbraio 2008
Povero Satchmo, ovvero "Non mi piacciono le tribute band, IIa parte"

Ho preso coscienza del fenomeno ascoltando i Satchmo Serenaders, che riproponevano la musica di Louis Armstrong ad Ascona nel 2001. Non ricordo chi fossero i musicisti, ne faceva parte mi pare Rod Mason. Il gruppo interpretava il repertorio di Armstrong, e questo è ovvio (e oltretutto nemmeno molto diverso da quanto si fa normalmente nel jazz: la pratica dell'uso di standards è codificata nel genere musicale stesso). Il fatto discutibile era che il gruppo non riproponeva solo i pezzi registrati da Armstrong, ma gli arrangiamenti (errore filologico, perché secondo le ammissioni di Armstrong stesso, erano per lo più improvvisati) e, quello che è peggio e assolutamente arbitrario, lo "stile" di Armstrong.
Ora, proprio quest'ultima scelta è la più assurda. Suonare "alla maniera di" è una pratica molto conosciuta in ambito classico, ma rientra senza possibilità di discussione nell'ambito della parodia, quindi dell'umorismo. Come è possibile suonare alla maniera di Armstrong senza mettere in ridicolo il modello originale?E questo tanto più se l'operazione è fatta seriamente. Anzi tanto più è seria tanto più è "involontariamente" umoristica.
Come giudicheremmo un giocatore di calcio che decidesse di mettersi a giocare "alla Ronaldo"?
Come è possibile suonare alla maniera di Armstrong senza essere Armstrong? Lo si può fare seriamente con due opzioni:
a) con intento umoristico cosciente. A suo modo è un approccio serio.
b) con intento critico. Ma allora si entra nella filologia pura, nella musica classica. Non si sta più facendo jazz ma musicologia pratica. Difficilissimo: per suonare Armstrong in questo modo bisogna essere più bravi di lui, non c'è scampo.
È stato in quel momento che ho realizzato quanto il jazz classico sia in mano ai dinosauri e perché sia potuto diventare una musica vecchia. Armstrong, Django e molti altri come loro hanno suonato una musica che non potrà mai essere vecchia, perché è immortale. Nelle mani degli imitatori (che non hanno compreso il senso del jazz) invece, quella musica diventa immediatamente vecchia. Il jazz invece, secondo me è "tutto jazz classico": possiede nel suo metodo di lavoro, nel suo modo di trattare i brani, una vitalità innata e rigenerante. Questo è il mistero e il fascino del jazz.
Bisognerebbe solo adattarne la filosofia (che è eterna, cioè sempre giovane) alle nuove tecnologie e al nuovo songbook mondiale.
Il jazz classico come salvatore del jazz e della sua decadenza. In fondo è quello che è sempre successo. Altro che "Tribute band".
Non mi piacciono le "Tribute band"

Ammesso et concesso che ognuno è libero di fare quello che vuole, vivo un periodo di profonda delusione per il fatto che i tributi stanno dilagando sul mercato musicale. Il fenomeno, che potremmo definire sindrome da "Best of" è completamente inspiegabile, se non per un desiderio intimo dei musicisti di aderire in modo patologico alle figure dei loro idoli, cavalcandone tra l'altro il successo (non si vede infatti in giro nessuna "Anthony Braxton" tribute band o "John Cage revisited group". Si sono visti alcuni tributi a Ornette Coleman, questo è vero. Il discorso meriterà un post a parte). L'impressione è che i musicisti abbiamo perso il sentimento dell'interpretazione personale e preferiscano lo scimmiottìo.
Se penso alla scena jazz e all'attitudine dei tributi mi vengono in mente certi album di Ella Fitzgerald che esegue il songbook di Gershwin, o di Rodgers & Hart. Ma quella mi pare una cosa diversa, quasi jazz che recupera la tradizione classica del "tutte le sonate di Beethoven" o "tutti i lied di Schubert" (performances discografiche che hanno comunque qualcosa di olimpionico {e qui si apre un'altra parentesi interessante sui rapporti tra musica e sport. Altro argomento di un possibile post}).
Mi viene in mente anche l'interessante esperimento di Riccardo Brazzale di riproporre dal vivo una mitica incisione di Monk alla Town Hall ricostruendo una band simile, ricopiando filologicamente gli arrangiamenti. Il concetto di filologia musicale è del resto quello più adatto per descrivere il fenomeno delle tribute band. Ma è poi davvero utilie? La filologia è uno strumento di conservazione e recupero di qualcosa che rischia di andar perduto nella sua dimensione originale. Che senso hanno le tribute band di gruppi ancora in attività e prefettamente esistenti, e, oltretutto, commercialmente rappresentatissime sul mercato? Monk non lo risentiremo più, ma Vasco sì...
Il fatto è naturalmente legato all'ambito della musica dal vivo. Le tribute band in genere si esibiscono live, più raramente registrano. Ma non riesco a togliermi dalla testa che la loro esistenza sia un'operazione mimetica, cialtronesca, da imitatori della musica.
Capostipite del genere è la genìa degli Elvis posticci, ma in quel caso, essendo assente il personaggio orginale, il culto mondiale, la conservazione del ricordo sembra giustificarne l'esistenza, e comunque i falsi Elvis sono simpatici, sempre un po' clowneschi. Il loro recuperare gli aspetti più cialtroni dello stesso Elvis (a fine carriera in fondo era il clone di sé stesso) rende il gioco come intriso di una piacevole vena parodistica, più o meno inconscia.
Concluding: non mi piacciono le tribute band, a parte in rarissimi casi, che andranno discussi volta per volta.
venerdì 22 febbraio 2008
L'improvvisazione significativa
Qualcuno può collegarlo al principio di sincronicità. Per me è un'altra dimostrazione dell'importanza e della bellezza dell'improvvisazione. Ho scelto completamente a caso la foto sottostante di Alan Lomax: ho aperto cartelle di computer che non aprivo da anni. Non ricordavo nemmeno più di averlo scritto, quell'articolo.
La foto si adatta in modo straordinario:
a) al testo del post, perché dal lato iconografico mostra uno che scrive
b) dal punto di vista tematico, perché è uno che scrive di musica
c) dal punto di vista filosofico, perché il fatto di averlo scelto casualmente, cioè improvvisando, ha completato il senso di quanto scritto in precedenza e ne ha dimostrato in modo pragmatico la pregnanza
d) dal lato autobiografico, perché in qualche modo la ricerca compiuta da lui è analoga alla mia. Attraverso la documentazione del blues Lomax ha restituito all'umanità una serie di valori e di sentimenti che sarebbero andati persi. Pensiamo solo alla vita e alla storia di Jelly Roll Morton. Come Lomax io vorrei che la stria della musica diventasse storia della vita dell'uomo e storia della cosa più bella che gli uomini sono riusciti ad inventare.
Dedico questo post alla mia fidanzata, alla quale non riesco a spiegare compiutamente quanto la fiducia negli eventi produce una modificazione significativa degli eventi stessi. Se questo non fosse vero, non l'avrei incontrata e non mi sarei innamorato di lei, del resto. I jazzmen hanno fiducia nel fatto che la musica permetterà loro di sopravvivere: e in genere questo avviene. Sono come monaci zen, che confidano nella benevolenza del mondo offrendosi al mondo completamente.
Spiegami il blog

Non ho mai capito se un blog serve come diario, come promemoria, come boa, come specchio, come poubelle, come fidanzata, come palcoscenico sul nulla, come messaggio in bottiglia.
Però il post di un blog può essere come una canzone, credo, una cosa che nasce, galleggia, naviga e affonda. Oppure si arena sulla spiaggia. L'unica cosa concreta a cui serve il blog, ma anche il jazz, è a costringere il pensiero in un contenitore. Da lì nasce un universo e, incredibile, una personalità. O una persona (non sembra ma sono la stessa cosa).
Un post di un blog è un'improvvisazione che si trova ad un certo momento ad avere una forma: un nulla che diventa un qualcosa. Dal vuoto all'inutilità (il più delle volte) è sempre un modo di esistere. Meglio inutili che inesistenti, o no?
Se penso a tutte le note che ho suonato nella mia vita e che sono andate perse nell'aria... ma probabilmente non dentro di me.
This is a long story
Più che di jazz suonato, si discute qui di jazz vissuto. Jazz è molto più di una musica. È un modo di essere e di pensare, è un atteggiamento filosofico. La contrabbassista Joëlle Léandre dice che è uno stato d'animo.
Probabilmente può essere visto anche come una disciplina spirituale. Pare che il trio di Jarrett affronti ogni concerto come se si trattasse di un momento zen, in cui l'obiettivo non è suonare ma lasciare che la musica "si suoni" da sola. Lasciare che la vita "si viva" richiede una grande fiducia nell'improvvisazione e adattamento alla realtà. Richiede un anima jazzistica.
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