martedì 11 novembre 2008

Ciao, vado sul Blog di jazzy jams.


Forse torno, di quando in quando. Se mi viene in mente qualcosa di strano. Il Blog di JJ è una cosa seria, avrò certamente milioni di lettori. Scherzi a parte, si sta facendo un gran lavoro in quell'ambito. Tanta gente si impegna per dare una mano alla cultura jazz. Che esiste anche se non si sa cos`è. È il fattore "J", dicevano, no?

Venite di là, dài.

lunedì 13 ottobre 2008

La metto qui a futura memoria



Vien dall'Unità del 6 settembre 2008, pg. 19.
È una riflessione lucida e autorevole, forse un po' senile. Meglio della frase del tipo di ieri che diceva "Il jazz è come le scoregge, piace solo a chi le fa".
La cosa mi scoraggia, ma solo un po'.
Bisogna riflettere su 'sta cosa: se scomparisse il jazz farebbe un piacere a molte persone. È un genere fastidioso. Ma può estinguersi un genere musicale? Se c'è gente che adora il canto gregoriano e lo pratica con serietà e indulgenza (mentre in molti lo giudicano fastidioso) perché dovrebbe estinguersi il jazz?

giovedì 24 aprile 2008

Ornette Coleman suona davvero free?


Grazie Moreno! Altra discussione di jazz da ristorante lui ed io (quando non c'è Barbara non abbiamo sensi di colpa né vergogna di noi stessi e continuiamo per ore) in cui improvvisamente si fa largo l'illuminazione. «Ho capito cosa significa l'Armolodia di Coleman! Melodia- armonia- ritmo tutto si mescola insieme grazie all'atteggiamento compartecipativo dei musicisti sul palco. Non descrive una specifica attitudine esecutivo-compositiva ma piuttosto l'atteggiamento dei musicisti verso la performance e verso loro stessi».

Io faccio sì con la testa perché la cosa la so da un pezzo, ma l'avevo solo intuita. L'architetto ha costruito la frase da professionista: io da parte mia ho capito da anni che per suonare bene bisogna suonare in un gruppo in cui c'è gente simpatica. Non è così importante la qualità della preparazione musicale (tanto al nostro livello facciamo schifo comunque, chi più chi meno. Moreno no, però: è l'unico che conosco che sappia suonare bene davvero, ed è l'unico che non lo sa...)

Se si è tra gente simpatica ci si vuole bene, ci si rispetta di più, ci si aiuta: per dirla calcisticamente ci si fa qualche bel passaggio, si gode del piacere altrui nella musica.

Uri Caine diceva invece che lui ha conosciuto gruppi dove i musicisti si odiano moltissimo, non si possono sopportare. arrivano ai concerti da soli, stanno in alberghi diversi, parlano malissimo gli uni degli altri, si fanno sgarbi tremendi. Poi quando salcono sul palco questa energia rabbiosa si trasforma magicamente in un interplay eccezionale, in una magica miscela piena d'arte. Sono gruppi anti-armolodici, in questo senso, ma funzionano benissimo.

Oppure armolodici lo diventano al momento dell'incontro e ciò dimostra che l'Armologia è qualcos'altro dall'amicizia (e dimostra anche che io mi sono sempre sbagliato. Ciò spiegherebbe l'insuccesso artistico...).

Comunque si apre un nuovo argomento: jazz e approccio relazionale. Vale più la violenza o l'armonia psicologica?

Moreno cosa fai domani a pranzo?

Granelli di Jerry


Un concerto preoccupante, specialmente se inviti a cena la tua mamma e lei si porta le sue amiche over 70 (non è il peso, sono gli anni). Granelli e i suoi V16 non si fanno problemi e impostano la serata con il loro progetto post ornettiano in cui il jazz diventa una sorta di installazione (avevo scritto happening ma poi l'ho cancellato perché mi vergogno ad usare una parola così vecchia), di evento magico in cui la musica cresce e si sviluppa da sola.

La stessa cosa era successa qualche sera prima per il concerto di fred frith e la sua Cosa Brava. Partitura rigidissima ma poi se gli vai a chiedere lui risponde: "Abbiamo improvvisato quasi tutto". Com'è che non ci credo?

O meglio, ci credo, ma non credo che quella musica sia poi così improvvisata. Cosa sarebbe successo se NON avessero suonato musica improvvisata? Ci sarebbe stata tanta differenza?

Non lo so, ho l'impressione che qualcuno stia barando un po'. Per come la penso io l'improvvisazione vera è vera improvvisazione. Non servono pretesti scritti in modo così complesso, oltretutto. Si dirà, occorre un canovaccio per improvvisare. Io non ne sono convinto. Il discorso comunque sta uscendo dal seminato. Ciò di cui volevo parlare è la pazienza con cui la gente più insospettabile accetta di ascoltare musica così complessa. Complessa perché? Perché succedono molte cose contemporaneamente e senza il filo della melodia, senza una scansione ritmica costante ci si sente spiazzati. Sembra di perdere contatto con il significatoa, di rimanere come messi a parte dalla comunicazione.

E invece le persone piu impensabili, le vecchiette di cui sopra, avezze a concerti di filarmoniche di paese e alle bandelle umpappà apprezzano il senso della sorpresa e sono contente di avere ascoltato musica diversa. Io sono stupito: comincio a chiedermi se a forza di ascoltare Louis Armstrong non mi sia trasformato in un tedesco babbione, vengo spiazzato dalla dsiponibilità all'ascolto e alla sorpresa del genere umano non jazzofilo.

Un tipo che non ricordo chi sia, un pianista svizzero giovane, dice che quando vede qualcuno nel pubblico muovere la testa a tempo o battere il piede capisce che sta sbagliando musica e si mette a suonare qualcosa di più sorprendente. Mi piace come idea ma mi spaventa. Io sono uno di quelli che continua a predicare ai suoi compagni di gruppo di essere contenti se vedono qualcuno del pubblico fare tap tap col piede... questa è ancora una prescrizione di Louis. Devo essere più malato di quel che penso.

Io credo ancora alla definizione di swing, sono un integralista dello swing, senza saperlo, ma è passata di moda da tempo. Eppure... Ornette Coleman ha swing! (e vai con un altro tema: Ornette Coleman suona davvero free?)

Per chiudere: il disco di granelli è interessantissimo: due cd uguali, registrato in due serate consecutive, stessa track listing, solo i tempi di esecuzione sono diversi, da quanto si puo leggere dalla copertina. Eloquentissimi elementi: la musica non è mai uguale. Questo la rende vitale. È un esempio da manuale di cosa si intenda per jazz. Jerry, mi hai convinto: non c'è altra possibilità che suonare così. Se c'è succo viene fuori da solo (dovevate ascoltare David Tronzo, ha fatto faville), se non c'è ci si annoia. In effetti non mi sono annoiato un solo minuto. Neanche al concerto di Frith.

Hanno ragione loro: il jazz tradizionale spesso distrae, è apparentemente vivace ma rinsecchito. Yes! Come una vecchia amante prevedibile che non ti fa più incazzare, mentre la tua giovane compagna ti fa sputare sangue con le sue esigenze.
Oh, yes.

giovedì 17 aprile 2008

Sciroppi pillole e jam session


Era il titolo di una belle serie di trasmissioni alla radio che non ho potuto seguire. Il rapporto tra jazz e sostanze stupefacenti.
La cosa che mi ha spiegato più cose sull'argomento (ne parlavo in un posti più sotto ma vale la pena di annotare esattemente il riferimento) è stata comunque il bel documentario Face Addict (http://movies.nytimes.com/movie/334939/Face-Addict/details) di Diego Bertoglio sulla scena artistica nella New York di inizio anni '80. "Ci si droga per mantenere la massima concentrazione in ogni situazione. Per non pensare ai problemi che si hanno, per minimizzare le difficoltà ed esprimere al massimo le proprie potenzialità" dice un pittore di cui non ricordo il nome.

Mi tranquillizza sapere che anche se mi drogassi non cambierebbe molto, perché le doti proprio non le ho.

Comunque la spiegazione è illuminante e aiuta a comprendere Chet Baker, Charlie Parker, Mingus, Lester Young. Non però Duke Ellington, Count Basie, Oscar Peterson, Dizzy Gillespie. Loro erano talmente sicuri di sé che non ne avevano bisogno...

E qui si apre un altro argomento, quello della forza nella personalità dei jazzisti.

Ugo Uti invece improvvisa


Meno male che Ugo Uti ci conferma in diretta televisiva ("che tempo che fa", 13 aprile 2008) che lui non è una "macchinetta suona-partiture" ma uno che esegue ogni volta una partitura in modo diverso. "Se non ci fosse l'improvvisazione sarebbe tutto inutile, non ci sarebbe creatività..." dice Ugo Uti e io gli credo (anche se sono abituato a sentir dire che i musicisti classici non sanno improvvisare e che dovrebbero imparare).

Ugo Uti sposta in modo molto intelligente il discorso. Pare di capire che per un musicista classico improvvisare non è fare della creazione istantanea ma dell'interpretazione istantanea, in base all'umore e l'intuizione del momento. Io gli credo e mi sento più tranquillo, anche quando mi rendo conto che nel jazz l'improvvisazione è una componente tutto sommato molto relativa e che il concetto di interpretazione istantaena è molto calzante.

Se partiamo dal presupposto di Giampiero Cane che nemmeno Armstrong improvvisava davvero (cosa che però lui molto spesso ha affermato e io ne parlerò, devo recuperare le note di copertina di un bel cd di King Oliver) certo ogni jazzista "interpreta" in modo spontaneo ogni volta che suona, su questo ci credo. Suona giri più o meno simili, arrangiamenti più o meno simili, ma l'intenzione è ogni volta diversa. la platea è diversa, la situazione psicologica è diversa. Un sacco di variabili di cui tenere conto.

Per questo, credo, i jazzisti sono propensi all'uso delle droghe. E questo è un altro discorso interessante

Giovanni Allevi, fenomeno musicale


Giovanni Allevi non improvvisa, ce lo conferma espressamente dalle pagine del suo sito su my space. Molto interessante questa voglia di defilarsi, questo "horror vacui": lui suona solo musica rigorosamente scritta. Tutti i suoi acoltatori sono ora più tranquilli e avvertiti. Lui non è uno dei pazzi che improvvisa e quindi che potrebbe potenzialmente sorprendere il suo uditorio con esiti spaventosi e/o non prevedibili. Tranquilli. La sua musica è tranquilla e prevedibile.

Ma non è bella comunque. Pretenzioso come giudizio, vero? Eppure la sua musica non dice assolutamente nulla. Lui la mette sul piano delle emozioni, cerca di proporre brandelli melodici capaci di suscitare la simpatia della gente che lo ascolta. "Ti suono una cosa dolce che ti fa innamorare di me", questo è il principio psicologico di fondo. Perché se guardi i post sul suo myspace di gnocche che si dichiarano entusiaste della sua musica ce ne sono un sacco. Ok, tutta invidia.

Lui parla di emozioni e sogni e dice che "sono molto più importanti di quanto possa immaginare": questo laureato in filosofia non finisce di stupirci con la sua normalità e prevedibilità. Non so i suoi sogni, ma i miei a volte sono tutt'altro che armonici e melodiosi. Sono dissonanti. Se non spaventosi comunque fortemente interrogativi. Lasciano con la bocca amara. Sono rudi come certi vecchi blues che non piacciono a nessuno: il vecchio blues è primitivo, potente e rozzo e per questo non piace. Ed è proprio per questo che è grande musica. Vero dramma drammatico per voce roca e chitarraccia scordata.

"La musica classica torna ad esser pop perché trova un contatto diretto con il suo tempo" dice Allevi. Ma se è classica è fuori dal suo tempo, guarda al passato, per definizione. A meno che come classica lui intenda la modalità di fruizione: musica che si ascolta nel teatro senza ballare. Su questo possiamo essere d'accordo, ma il jazz fa la stessa cosa. Improvvisando.

sabato 22 marzo 2008

Il jazz è artigianato (fatto dai dilettanti)


Beh, non credo ci possa essere discussionen di sorta. L'arte la fanno gli artisti. I dilettanti fanno accompagnamento, musica utilitaristica, quindi artigianato.
Qualcuno dice che non si possano distinguere le due cose e che, in fondo, tutto è artigianato. Altri dicono che ogni creazione ha una componente artistica e che la discriminazione "arte è fine a sé stessa", "artigianato è utile ad uno scopo" non si giustifica.
C'è persoinop chi dice che l'rtigianato in certe occasioni è superiore all'arte per le competenze che l'artigiano deve mettere in gioco, di qualità e di rigore talemten altro da sconfinare nell'arte.

Io non lo so. Mi è simpatica l'idea che tra le due cose ci sia un differenza, un po' come tra erotismo e pornografia, ma non so se sia il caso.

Quello che so è che tutto sta nella testa del musicista stesso. Credo che chi fa non si ponga la domanda. Sono gli altri che poi appiccicano l'etichetta. C'è chi crede di essere artista e non lo è. C'è chi non si cruccia del problema e poi finisce per essere incoronato.

Io stesso mi sento artista-artigiano a momenti. Sarebbe interessante confrontare la percezione interiore che ogni musicista ha di sè nel momento in cui sta suonando. Nel mio caso è un flusso di coscienza che è una sorta di ricerca espressiva costante: vediamo come riesco a dire, suonando, questa cosa. Soggettiva della creatività. Esiste la disciplina? Inventiamola.
"Descrivi cosa pensi mentre stai suonando". Chissà se si può fare.

Io cerco di ascoltare che effetto ha il mio suono come se lo scoltassi dall'esterno, cerco di costruire un'esecuzione omogenea e discorsiva. Spesso mi trovo meglio quando sono da solo a provare più di quanto non lo sisa davanti ad un pubblico. In quel caso mi sento più portato ad applicare dei patterns. A fare qualcosa. Quando sono da solo, invece suono e basta.

POi c'è la questione: se fossi parker come la suonerrei questa cosa? c'è una componenti di emulazione e identificazione non indifferente.

E poi si inserisce la discussione sulla faccenda dell'uso delle droghe: quando lo stato di coscienza è altrerato è alterata anche la valutazione di quello che si suona, è miglirata la qualità perché l'io is ipertrofizza e le remore vengono sciolte dalla sostanza? Droga come aggeggio che mette più in contatto l'artista con il suo m9ondo interiore? In quel bel documentario si diceva che la droga toglie dalla testa la percezne dei problemi e lascia le persopne libere di frone all'arte, senza doversi preoccupare di pagare l'affitto, del mangiare, delle bassezze della vita di tutti i giorni.

L'artista è il dio che vola sopra la quotidianità. Noi salariati, appunto saremo sempre artigiani.

L'argomento "J"


Esiste, io lo so bene. È una nuvola semantica che avvolge persone che non si conoscono. L'anno scorso stavo ascoltando il sound-check di Scofield con MM&W. Vedo uno che è lì tra il pubblico con una custodia da chitarra. Cassa sottile, forma arrotondata. Penso "Ha una Ibanez modello Scofield e vuole farsela firmare". Ripenso"Sei pazzo, come fai a essere sicuro?" Riripenso: "È assurdo ma è evidente". Mi avvicino al tipo e gli dico :"te la fai firmare?" Lui mi guarda sgranando gli occhi e fa: "Sì spero di sì".
L'argomento J era in gioco: non c'è bisogo di usare significanti verbali. I significati erano lì evidenti e pronti per l'uso. L'argomento J implica un substrato di competenze cognitive: storiche, estetiche, musicali, eventualmente anche tecniche e, tra chitarristi, elettroacustiche. Ma una volta stabilita l'esistenza del canale la comunicazione avviene a livello profondo e saturo di implicazioni allusive. Siamo in pieno in quel regno del non detto in cui i discorsi diventano espliciti nel loro minimalismo sintattico.

Curioso osservare come il concetto di musica per "sottrazione" si fondi su un analogo meccanismo: sfrondare gli eccessi fino a mettere in opera l'essenza della musica. Beh, l'argomento "J" fa esattamente la stessa cosa. Porta il discorso all'essenziale, potenziandone al massimo la portata semantica. Peccato che in questo modo i conteuti si trasformino in un codice esclusivo per pochi eletti. Si va in direzione dell'esoterismo, in un certo senso.

L'argomento J è del resto il comune denominatore dei musicisti jazz: sulla base di quello è possibile comprendere e concordare con l'altro la reciproca posizione dialettica all'interno della performance. L'argomento J (o la sua negazione) sono la chiave, l'etichetta che «significa» il lavoro compiuto dai musicisti.

mercoledì 27 febbraio 2008

Quando vado a pranzo con Moreno parliamo di jazz

... poi chi è al tavolo con noi si scoccia. Tempo fa uno dei miei docenti di psichiatria sosteneva che nei discorsi tra infermieri psichiatrici ricorra l'argomento "X", che è l'incognita legata alla pazzia, un tema archetipico che torna in gioco ogni volta che persone che ci hanno avuto a che fare si trovano a discutere tra loro. Propongo quindi di inventare l'argomento "J" che mette in grado due appassionati di condividere la loro passione. Mi spiego meglio un'altra volta. Altro tema. Il jazz è arte o artigianato.

lunedì 25 febbraio 2008

Povero Satchmo, ovvero "Non mi piacciono le tribute band, IIa parte"


Ho preso coscienza del fenomeno ascoltando i Satchmo Serenaders, che riproponevano la musica di Louis Armstrong ad Ascona nel 2001. Non ricordo chi fossero i musicisti, ne faceva parte mi pare Rod Mason. Il gruppo interpretava il repertorio di Armstrong, e questo è ovvio (e oltretutto nemmeno molto diverso da quanto si fa normalmente nel jazz: la pratica dell'uso di standards è codificata nel genere musicale stesso). Il fatto discutibile era che il gruppo non riproponeva solo i pezzi registrati da Armstrong, ma gli arrangiamenti (errore filologico, perché secondo le ammissioni di Armstrong stesso, erano per lo più improvvisati) e, quello che è peggio e assolutamente arbitrario, lo "stile" di Armstrong.

Ora, proprio quest'ultima scelta è la più assurda. Suonare "alla maniera di" è una pratica molto conosciuta in ambito classico, ma rientra senza possibilità di discussione nell'ambito della parodia, quindi dell'umorismo. Come è possibile suonare alla maniera di Armstrong senza mettere in ridicolo il modello originale?E questo tanto più se l'operazione è fatta seriamente. Anzi tanto più è seria tanto più è "involontariamente" umoristica.
Come giudicheremmo un giocatore di calcio che decidesse di mettersi a giocare "alla Ronaldo"?

Come è possibile suonare alla maniera di Armstrong senza essere Armstrong? Lo si può fare seriamente con due opzioni:
a) con intento umoristico cosciente. A suo modo è un approccio serio.
b) con intento critico. Ma allora si entra nella filologia pura, nella musica classica. Non si sta più facendo jazz ma musicologia pratica. Difficilissimo: per suonare Armstrong in questo modo bisogna essere più bravi di lui, non c'è scampo.

È stato in quel momento che ho realizzato quanto il jazz classico sia in mano ai dinosauri e perché sia potuto diventare una musica vecchia. Armstrong, Django e molti altri come loro hanno suonato una musica che non potrà mai essere vecchia, perché è immortale. Nelle mani degli imitatori (che non hanno compreso il senso del jazz) invece, quella musica diventa immediatamente vecchia. Il jazz invece, secondo me è "tutto jazz classico": possiede nel suo metodo di lavoro, nel suo modo di trattare i brani, una vitalità innata e rigenerante. Questo è il mistero e il fascino del jazz.

Bisognerebbe solo adattarne la filosofia (che è eterna, cioè sempre giovane) alle nuove tecnologie e al nuovo songbook mondiale.

Il jazz classico come salvatore del jazz e della sua decadenza. In fondo è quello che è sempre successo. Altro che "Tribute band".

Non mi piacciono le "Tribute band"


Ammesso et concesso che ognuno è libero di fare quello che vuole, vivo un periodo di profonda delusione per il fatto che i tributi stanno dilagando sul mercato musicale. Il fenomeno, che potremmo definire sindrome da "Best of" è completamente inspiegabile, se non per un desiderio intimo dei musicisti di aderire in modo patologico alle figure dei loro idoli, cavalcandone tra l'altro il successo (non si vede infatti in giro nessuna "Anthony Braxton" tribute band o "John Cage revisited group". Si sono visti alcuni tributi a Ornette Coleman, questo è vero. Il discorso meriterà un post a parte). L'impressione è che i musicisti abbiamo perso il sentimento dell'interpretazione personale e preferiscano lo scimmiottìo.

Se penso alla scena jazz e all'attitudine dei tributi mi vengono in mente certi album di Ella Fitzgerald che esegue il songbook di Gershwin, o di Rodgers & Hart. Ma quella mi pare una cosa diversa, quasi jazz che recupera la tradizione classica del "tutte le sonate di Beethoven" o "tutti i lied di Schubert" (performances discografiche che hanno comunque qualcosa di olimpionico {e qui si apre un'altra parentesi interessante sui rapporti tra musica e sport. Altro argomento di un possibile post}).

Mi viene in mente anche l'interessante esperimento di Riccardo Brazzale di riproporre dal vivo una mitica incisione di Monk alla Town Hall ricostruendo una band simile, ricopiando filologicamente gli arrangiamenti. Il concetto di filologia musicale è del resto quello più adatto per descrivere il fenomeno delle tribute band. Ma è poi davvero utilie? La filologia è uno strumento di conservazione e recupero di qualcosa che rischia di andar perduto nella sua dimensione originale. Che senso hanno le tribute band di gruppi ancora in attività e prefettamente esistenti, e, oltretutto, commercialmente rappresentatissime sul mercato? Monk non lo risentiremo più, ma Vasco sì...

Il fatto è naturalmente legato all'ambito della musica dal vivo. Le tribute band in genere si esibiscono live, più raramente registrano. Ma non riesco a togliermi dalla testa che la loro esistenza sia un'operazione mimetica, cialtronesca, da imitatori della musica.

Capostipite del genere è la genìa degli Elvis posticci, ma in quel caso, essendo assente il personaggio orginale, il culto mondiale, la conservazione del ricordo sembra giustificarne l'esistenza, e comunque i falsi Elvis sono simpatici, sempre un po' clowneschi. Il loro recuperare gli aspetti più cialtroni dello stesso Elvis (a fine carriera in fondo era il clone di sé stesso) rende il gioco come intriso di una piacevole vena parodistica, più o meno inconscia.

Concluding: non mi piacciono le tribute band, a parte in rarissimi casi, che andranno discussi volta per volta.

venerdì 22 febbraio 2008

L'improvvisazione significativa


Qualcuno può collegarlo al principio di sincronicità. Per me è un'altra dimostrazione dell'importanza e della bellezza dell'improvvisazione. Ho scelto completamente a caso la foto sottostante di Alan Lomax: ho aperto cartelle di computer che non aprivo da anni. Non ricordavo nemmeno più di averlo scritto, quell'articolo.
La foto si adatta in modo straordinario:

a) al testo del post, perché dal lato iconografico mostra uno che scrive

b) dal punto di vista tematico, perché è uno che scrive di musica

c) dal punto di vista filosofico, perché il fatto di averlo scelto casualmente, cioè improvvisando, ha completato il senso di quanto scritto in precedenza e ne ha dimostrato in modo pragmatico la pregnanza

d) dal lato autobiografico, perché in qualche modo la ricerca compiuta da lui è analoga alla mia. Attraverso la documentazione del blues Lomax ha restituito all'umanità una serie di valori e di sentimenti che sarebbero andati persi. Pensiamo solo alla vita e alla storia di Jelly Roll Morton. Come Lomax io vorrei che la stria della musica diventasse storia della vita dell'uomo e storia della cosa più bella che gli uomini sono riusciti ad inventare.

Dedico questo post alla mia fidanzata, alla quale non riesco a spiegare compiutamente quanto la fiducia negli eventi produce una modificazione significativa degli eventi stessi. Se questo non fosse vero, non l'avrei incontrata e non mi sarei innamorato di lei, del resto. I jazzmen hanno fiducia nel fatto che la musica permetterà loro di sopravvivere: e in genere questo avviene. Sono come monaci zen, che confidano nella benevolenza del mondo offrendosi al mondo completamente.

Spiegami il blog


Non ho mai capito se un blog serve come diario, come promemoria, come boa, come specchio, come poubelle, come fidanzata, come palcoscenico sul nulla, come messaggio in bottiglia.

Però il post di un blog può essere come una canzone, credo, una cosa che nasce, galleggia, naviga e affonda. Oppure si arena sulla spiaggia. L'unica cosa concreta a cui serve il blog, ma anche il jazz, è a costringere il pensiero in un contenitore. Da lì nasce un universo e, incredibile, una personalità. O una persona (non sembra ma sono la stessa cosa).

Un post di un blog è un'improvvisazione che si trova ad un certo momento ad avere una forma: un nulla che diventa un qualcosa. Dal vuoto all'inutilità (il più delle volte) è sempre un modo di esistere. Meglio inutili che inesistenti, o no?

Se penso a tutte le note che ho suonato nella mia vita e che sono andate perse nell'aria... ma probabilmente non dentro di me.

This is a long story


Più che di jazz suonato, si discute qui di jazz vissuto. Jazz è molto più di una musica. È un modo di essere e di pensare, è un atteggiamento filosofico. La contrabbassista Joëlle Léandre dice che è uno stato d'animo.

Probabilmente può essere visto anche come una disciplina spirituale. Pare che il trio di Jarrett affronti ogni concerto come se si trattasse di un momento zen, in cui l'obiettivo non è suonare ma lasciare che la musica "si suoni" da sola. Lasciare che la vita "si viva" richiede una grande fiducia nell'improvvisazione e adattamento alla realtà. Richiede un anima jazzistica.